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Un anno di Covid-19: i mesi che non dimenticheremo più

Dall’inizio del 2020, in tutto il mondo, la pandemia ha avuto un costo enorme e ha rappresentato uno dei periodi più difficili nella storia dell’Italia. Non sarà come riaccendere un interruttore, quando tutto questo sarà finito. Non si potrà tornare alla vita di prima, perché l’impatto del Covid lascerà un segno profondo, quasi indelebile, sul piano sanitario ma pure su quello sociale, sulla scuola e sul lavoro, perfino nella sfera delle emozioni e degli affetti. Questo virus è riuscito a colpire nel punto più nevralgico e fragile dell’esistenza dell’essere umano, quello del contatto. Niente abbracci. Niente carezze. Niente baci. Niente frasi sussurrate.
Dopo circa un anno, la situazione sembra essere tragicamente ritornata al punto di partenza, nonostante i continui provvedimenti restrittivi e i tanti sacrifici fatti dal punto di vista sia economico che sociale. Le nostre vite sono cambiate, il nostro governo è cambiato, ma purtroppo la pandemia è rimasta e ci sta ancora costringendo a stare a distanza, anche nel momento della morte, ormai vissuta come dato statistico e non come esperienza di lutto. Chissà quante persone se ne sono andate, da sole, senza neppure il conforto di una mano sfiorata.
Come dimenticare le immagini terribili di quei mesi, che sono tuttora vivide nel ricordo degli italiani: il triste corteo di camion dell’esercito con il carico di bare lungo le strade di una buia e ferita Bergamo; l’infermiera Elena Pagliarini che crolla esausta a fine turno su una scrivania dell’ospedale di Cremona; la benedizione speciale di Papa Francesco per l’umanità fragile e disorientata, in una piazza San Pietro deserta, sotto la pioggia incessante; il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da solo, con la mascherina sul volto, rende omaggio ai caduti all’Altare della Patria… No, non sarà come riaccendere un interruttore.
Era il 9 marzo 2020 quando l’ex premier Giuseppe Conte decise di estendere su tutto il territorio nazionale il lockdown. L’Italia si chiuse. Tutto si fermò. All’indomani, l’Organizzazione mondiale della sanità emise il verdetto: era pandemia. Oggi è normale indossare le mascherine, osservare il distanziamento sociale, disinfettare le superfici, ma fino a dodici mesi fa si trattava di misure impensabili, che avevamo visto solo nei film… invece, era tutto vero! Pian piano le strade diventarono vuote e silenziose, non c’era più traccia umana se non le pattuglie delle forze dell’ordine o dell’esercito. Cominciarono a formarsi anche lunghe file per fare la spesa al supermercato. C’era paura, solitudine, ma anche tanta speranza! Iniziarono a vedersi i cartelli e gli striscioni con gli arcobaleni ottimisti alle finestre, che recitavano “Andrà tutto bene”. E come se non bastasse, al tramonto gli italiani si ritrovavano sui balconi per lanciare un messaggio musicale di resistenza: prima l’Inno di Mameli, poi i brani più simbolici della musica del Paese. Insomma, mai come al tempo del lockdown l’Italia si è riscoperta forte, unita, solidale. Si andò avanti, perché si doveva.
Ben presto, ci si abituò ad una nuova realtà, fatta di una socialità esclusivamente virtuale: gli adulti scoprirono le vaste possibilità dello “smart working” (ancora poco diffuso in Italia), e intanto i giovani, esiliati dalla scuola e impegnati nella didattica a distanza, si affidarono alla tecnologia per sopperire alla mancanza di contatto con gli amici. Da allora in poi il web fu invaso da corsi online, in streaming e dirette per gli amanti dello sport, i musei di tutto il mondo misero a disposizione le loro sale con tour virtuali delle esposizioni, impazzarono corsi di danza, musica e fotografia e altri più professionali per il lavoro. Inoltre, il rito dell’aperitivo si spostò su piattaforme online e si iniziarono ad organizzare feste rigorosamente da remoto, comodamente dal proprio tavolo o divano, in tuta o in pigiama, a volte sembravano anche più veri. Le uniche evasioni concesse? Le passeggiate con il cane, qualche corsetta e passeggiate in bicicletta.
Adesso l’Italia si trova ad affrontare nuove, e decisive, sfide. Il rischio di finire di nuovo in lockdown è più concreto che mai, complice l’estrema velocità di diffusione delle varianti, in particolare tra i più giovani. Quel che è certo è che un’altra Pasqua, dopo Natale e Capodanno, passerà sotto restrizioni. La “guerra contro il virus” non è ancora finita, anche se ora è arrivato l’alleato decisivo: il vaccino. E nel frattempo, siamo sempre più distanti, rinchiusi tra le quattro mura delle nostre case, e in questo momento non si può quindi non essere travolti da un senso di sconfortante tristezza, per non dire ostilità, che non dovrebbe esistere considerando il delicato contesto che ci accomuna tragicamente tutti quanti. Ad esempio c’è chi segue le leggi ed è ritenuto un servo da persone con la verità in tasca sempre pronte a gridare a complotti, mentre c’è chi lamenta la propria sofferenza nei confronti delle privazioni a cui è sottoposto e viene considerato alla stregua di un bambino capriccioso.
Senza positività e fiducia, non saremo in grado di combattere questo nemico invisibile. «Ne usciremo migliori», si diceva l’anno scorso. Forse se finora non l’abbiamo fatto non è tanto perché non abbiamo potuto, ma forse soprattutto perché non abbiamo voluto farlo. Ci troviamo su una soglia: impariamo a gestire nel miglior modo possibile la quotidianità, impariamo che la prevenzione è e sarà sempre il meccanismo migliore per evitare il contagio, soltanto così riusciremo a sconfiggere una volta per tutte il nemico. Insieme ce la faremo. Insieme supereremo tutto. E il mondo tornerà ad essere un posto migliore.
A cura di Jolanda Andretti




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